
Essere green nell’era del profitto – Una riflessione sul tema green che ormai ci accompagna quotidianamente in ogni ambito. Scritto per il Premio Maturità 2021 Rotaract, Rotary Club
Disclaimer: questo articolo è stato scritto quando ancora ero adolescente, al liceo. Il mio pensiero critico era dunque ancora in formazione. Ad oggi dispongo chiaramente di maggiori elementi critici e culturali, dunque il mio pensiero riguardo alcuni frangenti trattati può essere diverso, anche radicalmente.
“Cronaca di un’apocalisse annunciata”. Così si intitolava un interessante articolo, datato
a ottobre 2018 della rivista Esquire a cura di Massimo Sandal, biologo molecolare.
Buongiorno, mi chiamo Matteo Niccolò Leone e oggi vorrei portare un’opinione piuttosto
critica sul tema ambientale.
Non ce la possiamo fare, ma probabilmente non ce l’avremmo
fatta in ogni caso. L’accordo di Parigi ha l’obbiettivo di portare, possibilmente entro il 2030,
la crescita del riscaldamento globale sotto i due gradi. L’International Panel on Climate
Change ci dà riscontro del fatto che è necessario mantenersi sotto un grado e mezzo di
riscaldamento il prima possibile per poter avere possibilità di gestire la situazione. Ciò però
richiederebbe cambiamenti macroscopici globali in un lasso di tempo talmente risicato da
essere troppo vicino all’impossibile. I due gradi di riscaldamento sono quasi garantiti, e anche
seguendo alla lettera gli attuali patti per tagliare le emissioni, ci troveremo troppo facilmente
a più tre gradi entro il 2100. Tre gradi di riscaldamento medio significa, secondo varie
previsioni, desertificazione incontrollata, collasso delle grandi foreste, perdita di ghiacciai,
acque incontrollabili e scioglimento del permafrost. Quest’ultimo porterebbe con sé tonnellate
di materia organica che diventerebbe ulteriore diossido di carbonio in atmosfera, e ha già
iniziato a sciogliersi, con velocità preoccupante. Per riuscire nei nostri scopi, dovremmo sin
da subito ridurre l’uso di combustibili fossili della metà in quindici anni e azzerarlo entro
trenta; dovremmo abbandonare subito benzina o gas, riconvertire tutta l’industria
petrolchimica e non all’uso di sole fonti prive di emissioni; fatto ciò, avremmo comunque il
problema dell’anidride carbonica già presente in atmosfera. Gary Yohe, economista
ambientale presso la Wesleyan University, riporta “La mia opinione è che 2 gradi sono
ambiziosi e 1,5 gradi sono un’aspirazione ridicola. Sono buoni obiettivi da raggiungere, ma
dobbiamo cominciare ad abituarci al fatto che potremmo non raggiungerli e pensare più
seriamente a come potrebbe essere un mondo con una temperatura di 2,5 o 3 gradi superiore”.
Fondamentalmente il problema è sociopolitico: non esistono le condizioni sociali, culturali,
economiche per avvicinarci neanche lontanamente a una tale azione collettiva. Nessun paese
ha ancora raggiunto gli obiettivi dell’accordo di Parigi, secondo il Climate Change
Performance Index delle ONG Germanwatch e del NewClimate Institute e, come nel 2019, i
primi tre posti nell’indice di performance sui cambiamenti climatici di quest’anno sono
rimasti vistosamente vuoti. Questo si spiega molto semplicemente col fatto che da parte dei cinquantotto paesi responsabili del novanta percento delle emissioni globali di anidride
carbonica sono mancati gli sforzi per la protezione del clima. L’ultimo dato: Secondo il
rapporto CDP (Carbon Disclosure Project) 100 aziende sono responsabili del 71% delle
emissioni globali.
Proprio da quest’ultimo dato mi sorge una domanda spontanea: se 100 aziende sono
responsabili del 70% dell’inquinamento, le altre centinaia di migliaia saranno, piuttosto
approssimativamente e secondo logica, circa il 25%, di conseguenza tutta la pressione sulle
nostre piccole abitudini quotidiane per contribuire a un mondo migliore che scopo ha? Pura
demagogia? A questo punto credo sia necessario distaccarci dal romantico tema ambientale
cercando in altri ambiti di competenza la risposta. Regina indiscussa del movimento green è
l’auto elettrica, che ci mostra tante controversie: l’auto sostenibile è alimentata da un cuore
pulsante principale, il pacco batterie. Le batterie al litio di oggi vengono tutte prodotte
mediante l’utilizzo di cobalto, e la maggior concentrazione ipogea di questo prezioso
materiale è locata nell’Africa centro-meridionale; primo paese fra tutti il Congo. Nelle
miniere di cobalto congolesi minano bambini sotto regime di schiavitù, indi per cui l’auto
green porta con sé un tumore, seppur sociale e non ambientale, sin dal progetto della stessa.
Quasi tutte le aree di estrazione di cobalto sono di pertinenza di un singolo Stato, la Cina. La
Cina è il primo paese al mondo per diffusione e innovazione di auto elettriche, con circa
cinque milioni di veicoli in stock, al secondo posto ci sono gli USA con una scorta di meno di
due milioni. Questi numeri sono un forte indice di come l’interesse dell’auto elettrica (o
ibrida) sia estremamente connesso agli interessi economici cinesi, e in tutto ciò di etico e
ambientale possiamo notare ben poco, considerando che delle 100 aziende responsabili del
70% dell’inquinamento citate prima, 14 punti percentuali sono responsabilità dell’industria
carboniera cinese, che insieme a quella petrolchimica producono anche l’energia necessaria
alla produzione e ricarica delle auto elettriche.
Ciò che cerco di comunicare non è di certo atto a minimizzare il problema ambientale,
anzi, ciò che vorrei trasmettere con questo testo è proprio una denuncia. Vorrei fosse chiaro
come l’interesse per l’ambiente, per quanto concerne Stati e multinazionali, sia solo una
maschera a fini puramente di profitto. La lotta per l’ambiente dovrebbe essere una lotta di
interesse umano e non economico, e non sono la borraccia di acciaio o l’attenzione allo
spegnimento della spia rossa della televisione a cambiare questa realtà, bensì si rende sempre
più necessaria una consapevolezza diffusa di quelli che sono i reali agenti inquinanti del
pianeta e cosa vi è dietro. Dobbiamo partire dalle 100 aziende sopracitate, dall’investimento
nella ricerca per un’innovazione realmente etica. La direzione che potremmo sognare sarebbe
verso un ecocentrismo, ossia un egualitarismo etico anche per le entità non individuali o non
viventi, attribuendo un valore in sé all’intero mondo naturale. In tal modo avremmo una
considerabilità morale più ampia e all’insegna di un’ecologia profonda, termine coniato dal
filosofo Arne Naess, che per primo si interrogò sulle cause profonde dei problemi ambientali
e sul ruolo dell’uomo come parte dell’ecosfera non separata dalle altre, in contrapposizione
all’ambientalismo classico e all’ideologia prevalente della civiltà industriale e tecnocratica, ossia, in breve, dominata dall’antropocentrismo che ci contraddistingue. Noi siamo in grado
di salvare noi stessi e tante altre specie, esattamente come potremmo fare il contrario, ma in
questo momento la natura ci sta ponendo davanti ai nostri stessi limiti e ingerenze, e al fatto
che, anche per l’uomo, può esistere un “troppo tardi”.
