Libertà nella Relazione Educativa

Una riflessione sul tema della libertà all’interno della relazione educativa, edito per la rivista “Percorsi Montessoriani”

La relazione educativa è strutturalmente bidirezionale, è dunque legata alla condizione sufficiente e necessaria dell’apertura reciproca di entrambe le parti. Si costituisce quindi una implicita scelta preliminare, la scelta di educare da parte dell’educatore e la scelta di essere educato da parte dell’educando. Mediante questo passaggio trova luogo la nascita della relazione, fondata sì sulla stima reciproca, ma anche sul rapporto di ruoli inteso come subordinazione dell’educando all’educatore, ossia la presa di consapevolezza del fatto che l’educatore sia rappresentazione dell’idea, agli occhi dell’educando, di come egli potrebbe voler essere in futuro. Come logica conseguenza, siamo davanti anche al “confronto con la legge a dover offrire al maestro il criterio infallibile per il suo insegnamento” (Immanuel Kant), poiché a ciascun individuo deve essere garantito il diritto di potersi realizzare al massimo delle sue capacità e volontà, al fine del bene proprio e di quello comune. Il ruolo dell’educatore assume quindi una funzione strategica, portata avanti da competenze e passione per l’uomo, nella responsabilità di formare individui per renderli adulti, cittadini e capaci di poter educare a loro volta.

La libertà trova in questo qualche ostacolo: la capacità dell’individuo in corso di formazione di generare fiducia e cercare di essere idealizzati dall’educatore è un coltello a doppio manico. Se da un lato questa porta sicuramente a una maggiore solidità e crescita nel rapporto educativo, dall’altro va spesso a scapito dell’identità dell’educando che va alla ricerca di ciò che egli né è né rappresenta. Se da ciò ne scaturisce, da parte dell’educando, un rapporto incondizionato di attaccamento, si sfocia nel limitare la propria libertà di pensiero, di capacità critica e di espressione, oltre che l’esser troppo dipendenti dall’educatore. L’educatore, anche se fosse il più competente nella sua materia e in campo pedagogico, resta un umano, risente quindi di una probabile perdita di oggettività data dalle sue idee ed esperienze. Se l’educando non è in grado di riconoscere ed emanciparsi da quest’ultime per la propria indipendenza, esso potrebbe incappare nell’essere plagiato dal pensiero dell’educatore al quale esso è devoto; questo è spesso involontario e inconscio in entrambe le parti. Facendo un esempio, se un insegnante di economia porta, consciamente o meno, i propri studenti a idealizzare il mercato come lui e facendo passare il marketing come una pratica innocua, gli studenti mancheranno della consapevolezza che il marketing trascina con sé una parte più subdola e persuasiva, e saranno deresponsabilizzati nei confronti del consumismo spesso esagerato che lo stesso alimenta. Un professore con ideali diversi renderebbe forse gli studenti più etici ma magari meno competenti…e così via. Allora un docente che compito ha in una situazione di questo genere? Cercare la via dell’imparzialità? È molto complesso fornire un sapere libero da influenze date da opinioni, pensieri, esperienze e identità, e mi chiedo se esista e dove sia il limite tra opinione innocua e opinione plagiante, e se questo sia del tutto a carico dello studente o meno; mettendone a dura prova la libertà.

La Libertà nell’Educatore

L’educatore attivo, quindi quello dinamico, appassionato, che ama l’uomo e che è consapevole di avere la più importante missione umana, entra a parer mio in contatto (forse inconscio) con un tipo di libertà diverso. Parlo dell’emancipazione, o preservazione, dalla tipica dietrologia dell’adulto maturo, disilluso, spesso cadente in quella sfera di luoghi comuni e negatività che vanno a limitare la libertà e la felicità personale. Questa libertà dall’estremo soggettivismo, dall’usare troppi filtri o dalla falsità permette quindi all’educatore attivo di poter avere tutt’altro contatto con l’educando, poterlo studiare più a fondo, poter esser più empatico con lui e poter scavare più in profondità del piccolo umano che ha davanti, finendo per avere un’idea più oggettiva della sfera giovanile. A parer mio egli si accorgerebbe sicuramente che la generazione persa, di maleducati e irrispettosi, è in realtà una generazione fragile, in preda a una troppo diffusa tristezza e un pessimismo autoimmune, e cavia di un mondo digitale non regolamentato. Ma i giovani sono la riserva energetica dell’umano, i sognatori, i portatori di idee futuribili…e chi più di loro può amare l’uomo e il suo potenziale. Essi quindi, appena notano un’apertura anche minima da parte dell’educatore, non ci pensano due volte a buttarvicisi a capofitto, e proprio questa reciproca apertura è alla base di un rapporto educativo sano, dove l’uno è il limite dell’altro e entrambi crescono. In questo modo il lavoro dell’educatore non è più ripetitivo, o ancor peggio industriale, e sono gli studenti a guidarlo nell’insegnamento mentre lui è libero di educarli alla libertà.

Analogamente a quanto precede si presenta il concetto di fiducia, a parer mio strutturale nel rapporto educativo sano. Pensiamo ad esempio alla figura dell’allenatore, a capo di un gruppo unito dalla medesima passione, ma al contempo estremamente eterogeneo. La fiducia verso l’allenatore è totale: il coach sa cosa è meglio per me, cosa devo fare per migliorarmi, dove, come e quando fare una determinata cosa. In lui ho piena fiducia del fatto che saprà come mettermi nelle condizioni di esprimermi totalmente, saprà come tirar fuori il meglio di me. Al contempo l’allenatore ha piena fiducia nei suoi ragazzi, e il suo massimo impegno non è dedicato a fare il tecnico, ma ad essere un educatore, che deve tenere insieme il gruppo, supportarlo sempre emotivamente ed guidarlo nella gestione emotiva della prestazione, della vittoria e della sconfitta, dell’esser primi o ultimi nella classifica. È dunque la fiducia la base sulla quale si costruisce un rapporto educativo, e che permette la piena espressione dei due individui tra loro, tralasciando i filtri e la forma per liberare l’umanità e l’emotività; esattamente come la fiducia è alla base di un rapporto sentimentale.

Il Compito di Educare alla Libertà

Montessori docet, partendo dal presupposto che il bambino è da considerarsi come essere completo e pensante, con già caratteristiche innate ed esplosive come la creatività, l’affettività e l’energia. Proprio a questo proposito il bambino non va educato alla disciplina, e quindi indirizzato su dei binari preposti, bensì alla libertà, di esprimersi, di esplorare, di mettersi ed esser messo alla prova; per permettergli di esprimere tutto il suo potenziale umano. Il compito principale del genitore diventa quindi quello nè di imporre nè di servire, ma di aiutare il bambino a fare da solo, a conquistare in modo autonomo la sua libertà.

Mi concedo uno spazio anche sulla tematica del voto, che mi sta molto a cuore. Il voto rappresenta l’antitesi della libertà, costituisce una via rapida che va a giudicare direttamente un individuo che si sta costruendo con fatica. Esso, per come dovrebbe essere, presenta già diverse lacune: porta con sé una totale assenza di umanità, quello che potrebbe essere un confronto formativo viene sintetizzato in un freddo e disorientante numero; perde ogni contributo da parte dell’educatore, che non si può esprimere consapevole di chi è l’educando e cosciente dei suoi punti di forza e fragilità, ma che deve giudicare oggettivamente attraverso una sterile tabella nella quale sono indicati tutti i punti per il raggiungimento dell’eccellenza. Il voto è però ben lontano da ciò che dovrebbe essere, non è costitutivamente per nulla oggettivo, in quanto l’apprendimento non è mai oggettivizzabile in toto; la quantificazione risulta quindi spesso inadatta e riduttiva in quanto misura solo gli errori a discapito di un intero percorso di apprendimento. Per di più tramite il voto si ha un determinato grado di rispetto, si accede a progetti, a borse di studio, a esser classificati come eccellenza del liceo e così via…. Questo è aberrante a parer mio, e non fa altro che creare divisione e classismo, rendendo un allievo imprigionato dal proprio rendimento e dai propri numeri, quando potrebbe esser libero di cercare una cultura alternativa a quella tradizionale ed integrarla a quest’ultima, con maggiori capacità di rielaborazione e approfondimento, rendendo la scuola un ambiente più dinamico e svincolando il professore dall’essere l’unica fonte di sapere.

Fino ad ora abbiamo parlato di rapporto educativo in termini umani, ma il rapporto educativo oggi si estende; o forse degenera. Sentiamo sempre più parlare di divulgazione scientifica, di università telematiche e di corsi interamente automatizzati e studiati che ti portano al conseguimento delle competenze. Più precisamente ci troviamo davanti a lezioni online asincrone o inesistenti, per facilitare il mondo iperveloce dove ognuno può apprendere quando vuole e come vuole. Questo porta alla totale mancanza di rapporto educativo, anzi di rapporto in sè; forse richiederebbe troppo tempo costruire un legame che porti a un reciproco percorso di crescita. Apprendere guardando un video è unidirezionale, nozionistico e passivo. Apprendere attraverso step guidati o livelli tramite un sito, anche qualora questo segua i più nuovi metodi educativi come la gamification (rendere un processo di apprendimento o un lavoro un gioco per alleggerirlo e renderlo più piacevole) o l’active recall (metodo di studio mediante la costante verifica delle nozioni acquisite), elimina totalmente la componente umana. La Cina sta sviluppando alcuni progetti molto innovativi in questo campo, abbracciando l’Intelligenza Artificiale come un supplemento e un sostituto per gli insegnanti umani, e il risultato dell’esperimento di intelligenza artificiale del paese potrebbe influenzare il futuro dell’istruzione su scala globale. Dagli algoritmi che curano le lezioni di tutoraggio ai sistemi di sorveglianza che monitorano i progressi in classe, decine di milioni di studenti cinesi attualmente fanno affidamento su una sorta di IA per aiutarli ad apprendere. Ciò che è spaventoso è che i maggiori test sono stati condotti nelle scuole elementari e medie. L’obbiettivo è di mettere l’IA in cattedra entro il 2027. In tutto questo stiamo perdendo traccia di noi stessi, della nostra specie, delle nostre identità e dei loro scambi, delle nostre emozioni e delle interazioni che hanno portato l’Homo Sapiens a essere Homo Deus, stiamo costruendo un mondo social costituito da totale mancanza di socialità.

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